Piogge a Taranto nel 2026: l’analisi che smonta i record

Il primo quadrimestre del 2026 si è chiuso lasciando la sensazione di aver vissuto un inizio d’anno eccezionalmente piovoso, quasi senza precedenti. Le perturbazioni frequenti, l’ombrello costantemente a portata di mano e i terreni saturi hanno alimentato la percezione di un inverno e di una primavera da record. Ma è davvero così?

I numeri del primo quadrimestre 2026

I dati pluviometrici registrati a Taranto dal 1° gennaio al 30 aprile 2026 mostrano un inizio d’anno indubbiamente favorevole. Sia i quantitativi totali accumulati, pari a 299,9 mm (il sesto più piovoso), sia il numero di giorni con pioggia pari o superiore a 1 mm (23 giorni) certificano un quadrimestre decisamente idratato.

Tuttavia, isolando questi dati e inserendoli nel contesto della serie storica degli annali della Protezione Civile che parte dal 1921, scopriamo che il 2026 non stabilisce alcun primato:

  • Il record di accumulo resta saldamente ancorato allo storico picco di 513,9 mm del 1996 (valore quasi doppio rispetto al 2026).
  • Il record di frequenza appartiene a un’annata in cui si sono contati ben 39 giorni di pioggia (nel 1942) nei primi quattro mesi, contro i 23 di quest’anno (non è nemmeno tra i primi 10).

Il 2026 si configura quindi come un ottimo periodo di ricarica idrica, fondamentale per le falde e l’agricoltura locale, ma rientra perfettamente nelle normali fluttuazioni della variabilità climatica storica ionica.

La trappola della memoria: perché non dobbiamo fidarci delle percezioni

Questo divario tra ciò che “sentiamo” e ciò che è realmente accaduto mette in luce un problema centrale nella percezione del clima e del meteo: la labilità della memoria umana.

La nostra mente tende ad applicare quello che in psicologia viene definito bias di recenza: tendiamo a ricordare vividamente gli ultimi mesi (venendo magari da stagioni precedenti molto secche) e a dimenticare i dettagli del passato, fossilizzando i ricordi solo su eventi traumatici, estremi o legati ad esperienze importanti della nostra vita (matrimoni, compleanni, ecc). La memoria storica si cancella rapidamente, sostituita dall’emotività del momento.

L’importanza degli archivi storici

Per comprendere l’evoluzione del clima e non cadere in facili allarmismi o, al contrario, in pericolose sottovalutazioni, l’unica strada percorribile è l’affidamento totale ai dati strumentali e agli archivi meteorologici storici.

Collezionare, digitalizzare e analizzare oltre un secolo di dati a Taranto — come in questo caso dal 1921 al 2026 — permette di evitare la distorsione mediatica che ne deriva. Smentire, cioè, i titoli sensazionalistici basati sulle impressioni del momento. Inoltre, serve a distinguere un anno generoso come il 2026 da un reale cambiamento strutturale del clima sul lungo periodo.

Godiamoci questo inizio d’anno favorevole per le nostre riserve d’acqua, ma facciamolo con la consapevolezza che la storia meteorologica di Taranto ha visto, e vedrà ancora, scenari più estremi. La scienza si fa con i dati, non con i ricordi.

Renato Sansone

Giornalista scientifico iscritto all’Ordine dal 2013, ha consolidato la propria formazione attraverso il praticantato giornalistico, avviando una carriera dedicata alla divulgazione presso prestigiose testate di settore. Parallelamente all'attività redazionale, dal 2007 conduce una ricerca specialistica sui raffreddamenti radiativi nelle doline carsiche. In collaborazione con Arpa Veneto, ha approfondito dinamiche mesoclimatiche rare e ancora poco documentate, come la tracimazione del cold air pool tra sinkhole limitrofi. Esperto di monitoraggio ambientale, ha ideato e coordinato il progetto che ha portato al rilievo dello storico record di -30,8°C ai Piani del Pollino, la temperatura più bassa mai registrata nel Sud Italia.