La scienza dell’Anello di San Cataldo: viaggio tra i Citri di Taranto

C’è un punto nel Mar Grande dove l’acqua sembra ribollire. Per i tarantini è l’Anello di San Cataldo, il luogo dove il monaco cristiano irlandese, naufrago nel VII secolo davanti alle coste tarantine, avrebbe lanciato il suo anello tra le onde per placare la furia degli elementi. Ma se guardiamo sotto la superficie con gli occhi della scienza, scopriamo che quella leggenda descrive, con straordinaria poesia, uno dei fenomeni geologici più affascinanti del Mediterraneo: le risorgive di acqua dolce, o citri.

Il censimento dei citri

Nel sistema idrografico sotterraneo ne sono stati censiti ben 35: 20 di essi sono ubicati nel Primo Seno del Mar Piccolo, dove si concentrano i corpi idrici di maggiore rilevanza, quali il Citro Galeso — caratterizzato da una portata significativa di circa 600 l/s — e il Citrello.

Il Secondo Seno del Mar Piccolo ospita invece 14 sorgenti, tra le quali spicca per importanza il Citro Le Copre. Peculiare è invece la configurazione del Mar Grande, in cui ricade un’unica risorgiva: l’Anello di San Cataldo. Situato in prossimità della città Vecchia, quest’ultimo rappresenta l’emergenza idrica più imponente dell’intero sistema. Sebbene il vortice superficiale generato dalla risalita delle acque dolci sia tuttora identificabile, la sua evidenza morfologica era notevolmente più marcata fino agli anni ’60, prima dei mutamenti antropici e idrodinamici dell’area.

Morfologia delle sorgenti sottomarine nell’area di Taranto – Credit: Mem. Descr. Carta Geol. d’It. 105 (2020), pp. 65-69; figg. 6

Intervento antropico

Negli ultimi decenni, il prelievo massiccio di acqua dolce dal sottosuolo (per uso industriale, agricolo e civile) ha ridotto la pressione della falda. Con meno “spinta” dal basso, l’acqua dolce che risale dal citro non ha più la forza di creare quel rilievo di alcuni centimetri sulla superficie del mare, che lo rendeva simile a una pentola in ebollizione.

L’inquinamento e la visibilità: un tempo le acque erano più limpide. Il contrasto tra l’acqua dolce (che ha una rifrazione diversa della luce) e l’acqua salata creava un effetto ottico di “oleosità” o di cerchi concentrici molto nitidi. Con l’aumento della torbidità dei fondali e del traffico marittimo, l’effetto visivo si disperde facilmente.

Le condizioni meteo-marine: l’Anello è visibile quasi esclusivamente in condizioni di mare calmo (la cosiddetta “bonaccia”) e dopo periodi di grandi piogge sulle Murge (attraverso la trasmissione dell’onda di pressione), quando la falda si ricarica e aumenta la pressione di uscita. In quelle occasioni, si può ancora notare una sorta di “macchia” circolare dove l’acqua sembra leggermente increspata rispetto al resto del Mar Grande.

In passato, la risorgiva era così potente che i pescatori la usavano come punto di riferimento visivo per la navigazione. Oggi, senza l’ausilio di strumenti come l’ecoscandaglio, l’Anello di San Cataldo è diventato quasi un segreto che il mare preferisce tenere nascosto.

Una “pompa” naturale tra le rocce

Per capire come nascano queste sorgenti, dobbiamo immaginare il sottosuolo di Taranto come un’immensa spugna di pietra. Le piogge che cadono sulle Murge non restano in superficie, ma viaggiano nelle viscere delle rocce calcaree mesozoiche. Spinta dalla pressione, quest’acqua dolce percorre chilometri nel buio finché non trova una via d’uscita nei fondali dei nostri due mari.

Qui avviene il miracolo fisico: essendo meno densa dell’acqua salata, l’acqua dolce schizza verso l’alto con una forza tale da modellare il fango e la sabbia, creando enormi strutture a imbuto che i geologi chiamano risorgive carsiche.

I segreti del fondale: oltre i 50 metri di profondità

Grazie a sofisticati rilievi con ecoscandagli multibeam, oggi sappiamo che l’Anello di San Cataldo non è un semplice foro nel terreno, ma una maestosa depressione a spirale larga quanto tre campi di calcio (190×300 metri). Sul suo fondo, a circa 52 metri di profondità, si aprono due bocche principali che espellono incessantemente acqua dolce.

Spostandoci nel Mar Piccolo, lo scenario cambia, ma resta altrettanto spettacolare. Nel Primo Seno, le telecamere subacquee hanno esplorato l’“Antro di Nerea”, una grotta nascosta sotto il citro Galeso dove l’acqua sgorga direttamente dal contatto tra rocce antichissime. Nel Secondo Seno, invece, la natura si fa più geometrica: le sorgenti, come quella de “Le Copre”, si allineano in gruppi regolari, creando voragini che sprofondano fino a 25 metri rispetto al fondale circostante.

Veri fiumi sotterranei da 2400 litri al secondo

Recenti studi, basati sull’analisi di oltre 2.000 pozzi e test isotopici al Carbonio-14, ci dicono che ogni anno i citri riversano nel bacino circa 107 milioni di metri cubi di acqua dolce. Per darti un’idea, è una portata costante di circa 2.400 litri al secondo: una massa d’acqua immensa che supera di gran lunga quella dei fiumi che sfociano in superficie.

Un filtro naturale contro l’inquinamento

Ma non è solo una questione di quantità. Quest’acqua compie un viaggio lunghissimo attraverso le rocce calcaree delle Murge, che agiscono come un gigantesco filtro naturale. Quando finalmente sgorga dai citri:

  • È purissima: nonostante si trovi sotto il mare, il suo “mescolamento” con l’acqua salata è minimo (meno del 10%).
  • È un cocktail minerale: durante il suo percorso sotterraneo, l’acqua si arricchisce di calcio e bicarbonato. Questo mix chimico non è solo un dettaglio tecnico, ma è il segreto biologico che permette al Mar Piccolo di resistere meglio agli inquinanti e di nutrire una biodiversità straordinaria.

In pratica, i citri funzionano come un sistema di “auto-lavaggio” naturale: pompano acqua dolce e minerale dal basso, mantenendo in vita un ecosistema delicatissimo che, senza questo respiro profondo della terra, farebbe molta più fatica a sopravvivere.

Grazie alla datazione con il Carbonio-14, gli scienziati hanno scoperto che l’acqua che oggi ammiriamo sgorgare dai citri è un’acqua ‘antica’: può aver impiegato decenni o addirittura secoli per attraversare il labirinto di roccia delle Murge. Quella che rinfresca oggi il Mar Piccolo potrebbe essere la pioggia caduta generazioni fa, filtrata e custodita dalla terra per restituircela oggi in tutta la sua purezza.

Più che semplice acqua: un motore di vita

Questi “citri” sono i veri polmoni di Taranto. Funzionano come condizionatori naturali, mantenendo l’acqua a una temperatura costante di circa 18°C e riducendone la salinità. È proprio questo equilibrio perfetto a rendere i nostri mitili unici al mondo.

Tuttavia, la scienza ci avverte: questo flusso è un instancabile scultore che rimuove sedimenti ogni secondo. Le indagini batimetriche hanno individuato una “nicchia erosiva” proprio nei pressi di San Cataldo. È il segno di un’erosione attiva, un monito che ci ricorda come la protezione delle nostre coste passi necessariamente dalla comprensione di questi fiumi invisibili.

Fonti Bibliografiche Scientifiche

  • Cerruti, A. (1938). Le sorgenti sottomarine (citri) del Mar Piccolo e del Mar Grande di Taranto.
  • Lisco, S., et al. (2016). Morfologia delle risorgive sottomarine (citri) del Mar Piccolo e del Mar Grande (Taranto, Italia).
  • Valenzano, E., et al. (2018). Geomorphological evolution of the Mar Piccolo of Taranto.
  • Zuffianò, L. N., et al. (2016). A multidisciplinary approach for the hydrogeological characterization of the Mar Piccolo of Taranto.
  • Mastronuzzi, G., et al. (2015). Geositi della Puglia.
  • D’Onghia, G., et al. (2016). L’Antro di Nerea: esplorazione e catasto.

Renato Sansone

Giornalista scientifico iscritto all’Ordine dal 2013, ha consolidato la propria formazione attraverso il praticantato giornalistico, avviando una carriera dedicata alla divulgazione presso prestigiose testate di settore. Parallelamente all'attività redazionale, dal 2007 conduce una ricerca specialistica sui raffreddamenti radiativi nelle doline carsiche. In collaborazione con Arpa Veneto, ha approfondito dinamiche mesoclimatiche rare e ancora poco documentate, come la tracimazione del cold air pool tra sinkhole limitrofi. Esperto di monitoraggio ambientale, ha ideato e coordinato il progetto che ha portato al rilievo dello storico record di -30,8°C ai Piani del Pollino, la temperatura più bassa mai registrata nel Sud Italia.