La storia sismica dell’Italia parla chiaro: da nord a sud, il nostro territorio è da sempre teatro di importanti terremoti che hanno lasciato cicatrici profonde fatte di danni, rovine e ferite sociali. Questa fragilità ha una causa geologica precisa. L’Italia si trova proprio sulla linea di collisione tra la placca africana e quella euro-asiatica. Questo scontro comprime e fa ruotare diverse micro-zolle intermedie, stringendole come in una morsa.
Paradossalmente, l’Italia deve la sua stessa esistenza e la sua bellezza a queste immani forze sotterranee. Le catene montuose e i vulcani attivi del meridione sono il risultato di una terra geologicamente giovane, emersa di recente dal mare. I terremoti, quindi, non sono altro che la liberazione improvvisa dell’energia accumulata nel sottosuolo durante il continuo movimento di questo instabile mosaico di placche.
Perché i terremoti non colpiscono tutti allo stesso modo?
Un aspetto affascinante della geologia italiana è che le diverse località reagiscono ai sismi in modo differente. A parità di energia liberata in profondità, gli effetti in superficie cambiano drasticamente a seconda del tipo di terreno attraversato dalle onde sismiche.
- In Pianura Padana: le onde attraversano una spessa coltre di sedimenti poco rigidi (come ghiaie, sabbie e argille) che tendono ad attenuare le scosse.
- Sull’Appennino centro-meridionale: affiorano invece rocce calcaree rigide e spesse. Queste non filtrano l’energia, facendola arrivare quasi intatta in superficie con effetti molto più distruttivi.
Per questo motivo la sismicità italiana è disomogenea: l’arco alpino è generalmente tranquillo (salvo il Trentino-Alto Adige), il nord presenta zone a minor pericolosità (come Piemonte, Lombardia e Liguria), mentre il centro-sud detiene il primato della massima sismicità. A tutto ciò si aggiungono i rischi secondari, come le frane e gli smottamenti nei terreni argillosi, che rendono urgente un piano nazionale di difesa del territorio per permettere la vita e le attività quotidiane anche nelle zone più a rischio.
I terremoti profondi nel Tirreno
Esiste poi un fenomeno particolare che avviene al largo della Calabria, dove si registrano frequentemente terremoti molto profondi, tra i 100 e i 500 chilometri di profondità. Uno dei più violenti avvenne nel 1938, con una magnitudo stimata di 7.1.
Come spiega la dott.ssa Lucia Margheriti dell’INGV, gli ipocentri (i punti in cui si origina il sisma) di questi terremoti profondi non sono sparsi a caso, ma si distribuiscono lungo una linea inclinata chiamata piano di Wadati-Benioff. Questo piano prende il nome dai sismologi Hugo Benioff e Kiyoo Wadati, che lo individuarono ancora prima che venisse formulata la teoria della tettonica a placche.
Il fenomeno si spiega con la subduzione: quando due placche oceaniche e continentali si scontrano, quella oceanica si flette e sprofonda sotto l’altra. Nel nostro caso, l’antico oceano della Tetide (l’attuale Mar Ionio) scivola sotto la Calabria e sprofonda verso nord-ovest al di sotto del Mar Tirreno. Questo scontro non genera solo terremoti profondi, ma crea anche un’anomalia nella velocità di propagazione delle onde sismiche. Oggi la Calabria si muove in direzione opposta all’Africa a una velocità di 3,5 millimetri all’anno. Quella che un tempo era un’enorme zona di subduzione lungo tutti gli Appennini, oggi si è ridotta a una stretta finestra di 200 chilometri sotto la Calabria, la vera “fabbrica” dei terremoti profondi del Tirreno.
