Alla scoperta del riccio europeo occidentale: biologia, comportamento e minacce

Il riccio europeo occidentale Erinaceus europaeus L. è un piccolo mammifero appartenente all’ordine degli Eulipotifli. Il suo peso varia considerevolmente in funzione dell’età, del sesso, della stagione e della disponibilità di cibo. Lunghi anche fino a 30 cm, gli individui adulti possono arrivare una a pesare poco meno di 1.4 kg (il peso medio si aggira tra gli 800 e i 900 g).

La parte superiore del corpo è ricoperta da aculei, peli modificati che svolgono principalmente una funzione protettiva. La parte inferiore, invece, è ricoperta da peli lunghi e radi. Rispetto all’istrice, specie con cui viene spesso confuso, il riccio si distingue per le dimensioni più ridotte, il muso appuntito, la dentizione differente e per la presenza di aculei più corti e di lunghezza pressoché uniforme. Complessivamente, il corpo è ricoperto da diverse migliaia di aculei, generalmente intorno ai 5000.

Alimentazione e strategie di ricerca del cibo

Questa specie si nutre principalmente di invertebrati, come coleotteri, chiocciole e lombrichi, ma la sua alimentazione può comprendere anche uova di uccelli che nidificano al suolo, piccoli vertebrati, serpenti, rospi e altri animali che riesce a trovare sul terreno. È inoltre un animale opportunista e può comportarsi da spazzino, nutrendosi anche delle carcasse di piccoli uccelli e mammiferi incontrate durante la ricerca del cibo. Per individuare le prede utilizza soprattutto l’olfatto, anche l’udito è particolarmente sviluppato. La vista, al contrario, è relativamente poco sviluppata. Il riccio è infatti un animale prevalentemente notturno e si muove spesso in ambienti caratterizzati dalla presenza di siepi, arbusti e vegetazione fitta.

Habitat e distribuzione

Frequenta aree agricole, siepi, macchie, boschi, giardini e parchi domestici. Preferisce aree ricche di vegetazione, ma può anche frequentare aree aperte. Un elemento fondamentale per la sua presenza è la disponibilità di nascondigli e materiale vegetale, come le foglie secche, che utilizza per allestire i propri rifugi. È specie diffusa in tutta Italia.

Comportamento e attività

Come precedentemente anticipato, ha abitudini prevalentemente crepuscolari e notturne ed è una specie tendenzialmente solitaria. I maschi sono particolarmente attivi: durante la ricerca del cibo, o della femmina nel periodo degli amori, possono compiere spostamenti anche molto ampi nel corso di una notte. In alcuni casi sono stati osservati spostamenti di diversi chilometri, fino a circa sei chilometri in una sola notte. L’area utilizzata da un maschio può essere molto estesa e, in determinate condizioni ambientali, può raggiungere diverse decine di ettari. Le femmine sono generalmente meno mobili rispetto ai maschi, soprattutto durante la riproduzione e l’allevamento dei piccoli. Anche l’utilizzo dei rifugi è variabile e dipende dalle condizioni ambientali e dalla fase del ciclo riproduttivo: una femmina può utilizzare lo stesso rifugio per diversi giorni, ma può anche spostarsi e utilizzare più rifugi nel corso della stagione.

Riproduzione e sviluppo

Il periodo riproduttivo si svolge principalmente durante la primavera e l’estate e può variare in funzione della latitudine e delle condizioni climatiche. Le femmine, dopo una gestazione di 5-6 settimane, possono partorire generalmente 4-6 piccoli per cucciolata, anche se il numero può essere maggiore e arrivare, in alcuni casi, a otto individui e, in casi eccezionali, anche 11 piccoli. Le nascite avvengono prevalentemente tra la primavera e l’inizio dell’estate. I piccoli iniziano a diventare indipendenti intorno alle 4-6 settimane dalla nascita.

Possono verificarsi anche parti più tardivi, ma in questi casi il successo riproduttivo potrebbe essere inferiore, poiché i piccoli hanno meno tempo per accumulare le necessarie riserve di grasso per superare la stagione fredda. Il rischio è particolarmente importante nelle popolazioni che vivono in aree caratterizzate da inverni più rigidi, mentre può essere parzialmente ridotto nelle regioni in cui i periodi con temperature miti sono più lunghi.

Letargo invernale

Durante la stagione fredda i ricci, infatti, entrano nel letargo invernale, rifugiandosi generalmente sotto arbusti, siepi o altri ripari naturali, dove costruiscono rifugi utilizzando foglie secche e altro materiale vegetale. Durante questa fase il metabolismo rallenta notevolmente, la temperatura corporea diminuisce e l’animale entra in uno stato di torpore profondo. Il letargo non è necessariamente continuo: possono infatti verificarsi temporanei risvegli, in particolare durante periodi caratterizzati da temperature insolitamente miti. Generalmente il periodo di letargo va novembre a marzo.

Figura 1 – Ciclo annuale del riccio europeo (Erinaceus europaeus). Rappresentazione schematica delle principali fasi del ciclo annuale: riproduzione in primavera, nascita e crescita dei piccoli in estate, alimentazione e accumulo delle riserve energetiche in autunno e letargo invernale. Credit: elaborazione dell’autore con l’ausilio di ChatGPT (OpenAI), strumento di intelligenza artificiale generativa, 2026.

Difesa e predatori naturali

Quando si trova in pericolo, il riccio reagisce contraendo la muscolatura e chiudendosi su se stesso, in modo da proteggere le parti del corpo non ricoperte dagli aculei. Questa strategia rappresenta una difesa efficace nei confronti di numerosi predatori, anche se alcuni sono in grado di superarla. Tra questi vi sono soprattutto il tasso (Meles meles) e il gufo reale (Bubo bubo), anche se la predazione può variare in funzione dell’età dell’animale, dell’ambiente e della disponibilità di altre prede. Il tasso rappresenta uno dei principali predatori naturali del riccio in diverse aree del suo areale.

Minacce e cause di mortalità

Oltre alla predazione, una delle principali cause di mortalità di origine antropica è rappresentata dal traffico stradale. Il rischio è particolarmente elevato perché, quando viene avvicinato da un veicolo, il riccio tende a chiudersi “a riccio” e a rimanere immobile, invece di allontanarsi rapidamente.  Un’ulteriore minaccia è rappresentata dall’utilizzo dei pesticidi. I ricci possono essere esposti a queste sostanze attraverso l’ingestione di prede contaminate e attraverso il contatto con ambienti trattati. In alcuni casi determinate sostanze possono accumularsi nell’organismo, con possibili effetti negativi sulla salute.

La longevità in natura si aggira intorno ai 4-5 anni, ma in cattività sono segnalati casi in cui sono stati superati i 15 anni.

Conservazione e tutela

Nel complesso, la conservazione del riccio europeo dipende quindi dalla disponibilità di habitat idonei, dalla presenza di vegetazione e rifugi naturali e dalla riduzione delle principali minacce di origine antropica, in particolare il traffico stradale e l’esposizione a sostanze chimiche.

La specie è tutelata ai sensi della L. 157/92, poiché considerata specie non cacciabile. È inoltre protetta dalla Convenzione di Berna, L. 503/81, in vigore per l’Italia dal 1982.

Credit immagine in evidenza: Pixabay. Utente: Erik Karits.

Manuel Marra

Laureato in Scienze Naturali con indirizzo in conservazione delle natura e delle sue risorse presso l'Università degli Studi di Bari Aldo Moro, attualmente lavora per Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli) come responsabile dell'Oasi Lipu Gravina di Laterza. Ha ottenuto sempre presso l'Ateneo barese il titolo di dottore di ricerca in Scienze Ambientali ed è Guida Ambientale Escursionistica associata AIGAE. Consulta le pubblicazioni scientifiche